
Rubrica:
Come faccio a fare musica con mio figlio a casa?
Il suono del cucchiaino sul piatto è rumore o musica?
Il bambino è seduto nel seggiolone, davanti a un piatto di pappa.
Tu sei lì, a un metro di distanza, con la tazza di caffè tra le mani, e quel suono comincia: clink, clank, clink-clank-clink.
Il cucchiaino batte contro il piatto di plastica sul tavolo ora più forte ora più veloce con la voce acuta di vostro figlio che accompagna quei rumori al vostro orecchio, rumori e suoni: assordanti.
La prima volta alzi lo sguardo. La seconda volta sospiri. La terza volta, quasi senza pensarci, esce fuori: «Smettila di fare rumore.»
E lui si ferma. Per tre secondi. Poi ricomincia, apparentemente o decisamente più forte
Ma fermiamoci un attimo. Togliamoci i panni dell’adulto che ha fame, sonno, una lista della spesa da fare e una riunione nel tardo pomeriggio.
Mettiamoci nei panni di qualcuno che, per la prima volta, sta scoprendo che il mondo "risponde"
Il bambino non ha ancora parole per dire "suono", "rumore", «musica». Ha solo le mani, la curiosità e un cucchiaino che sembra più interessante della pappa che ha già fatto esplodere ovunque e che mentre sbricia da tutte le parti, lui vedeva stelline o fatine volare ovunque!
Sì, è stato proprio un bell’esperimento, ma ora però c’è un’altra scoperta capace di produrre effetti: ogni volta che tocca qualcosa, sul piatto: "tinn" fa scivolare il cucchiaino: "scree*, lascia cadere: "clack". Ogni gesto è una domanda che il mondo risponde con una voce diversa.
Se il bambino è già grandicello userà più oggetti muovendosi nell'ambiente: sul tavolo di legno, il suono diventa più cupo, più grave, contro il bicchiere di vetro, esce fuori una nota cristallina, tagliente, che vibra nell'aria un secondo dopo che le mani si sono già fermate. Colpisce contro il contenitore di plastica. Un tonfo sordo, deluso, come se la plastica non avesse voglia di cantare. Infine, tutta la casa diventa un laboratorio di suoni da scoprire.
Il bambino non sta «facendo rumore». Sta conducendo un esperimento.
Sta scoprendo che il suo gesto ha conseguenze. Che la forza del colpo cambia la risposta. Che la superficie ha un carattere. Che lui, con il suo corpo, può influenzare ciò che accade intorno a lui. Non è poco, per qualcuno che fino a poco fa non riusciva nemmeno a tenere in mano quel cucchiaino.
Poi succede qualcosa di sottile, quasi invisibile.
Il primo colpo è casuale, frutto della gioia motoria di muovere le braccia. Ma il secondo... il secondo è già diverso. Perché il bambino ha "sentito e poi ascoltato" qualcosa. E nel terzo, forse, c'è già un'ombra di intenzione: il suo orecchio, con le fibre di Corti, ha già cominciato a registrare quell’esperienza sonora.
E poi c’è anche il silenzio. Perché il bambino scopre che può far comparire un suono, ma scopre anche che può farlo sparire. Un colpo, un altro colpo e poi… niente. Anche quel “niente” fa parte del gioco dell’ascolto.
Il vostro bambino produce e accompagna con la voce i rumori o suoni che produce.
Ed è qui che entrate in gioco anche voi.
Iniziate a giocare con dei suoni/versi strani, che sicuramente il vostro bambino inventerà e provate a ripeterli, piano, forte, lunghi, corti, rielaborati.
Già solo con questo gioco si può passare un intero pomeriggio a giocare a fare musica.
Non c’è bisogno di creare il momento "di musica", perché la musica fa già parte della vostra giornata, della quotidianità e non è solo "quella canzone famosa" che si può ascoltare su una radio: è anche questo cucchiaino, questa forchetta che graffiano il piatto, il tavolino.
Interagite col vostro bambino. Ma non tre colpi e comincia a emergere un pattern, non misurate, non rendete tutto già ritmico o metrico, restate nell’esplorazione nella scoperta nell’astratto.
Qui non dobbiamo indottrinare il bambino, dobbiamo solo scoprire con lui i suoni e i rumori che ci circondano.
Non è alternate un colpo forte e uno piano: che è già un giocare con le dinamiche della musica,
Qui il gioco è: "che bello suonare forte!!!!! Che bello suonare piano!!!!!
La meraviglia della scoperta, senza passare dall’istruzione, senza già catalogare il tempo o la ritmica, ma direttamente dall’esperienza libera di spaziare con la creatività del momento, senza indottrinamento.
Quello verrà dopo.
È come quando il bambino inizia a parlare dice Babaaba, non possiamo correggerlo, lo lasciamo esplorare nella vastità dei gorgheggi che può fare e solo più avanti, quando inizierà a parlare in maniera più comprensibile ad associare il significato delle parole, allora possiamo correggere e in ultimo mettergli una penna in mano e dire: adesso scriviamo il suono della A
Quel momento in cui esplora i suoni intorno a lui, state regalando davvero un’esperienza molto positiva, il bambino sta già creando contrasto.
Lo sta facendo insieme al papà o alla mamma o a un altro componente della famiglia, e affettivamente quei suoni hanno già una base positiva per restare impregnati nell’orecchio musicale.
Esattamente come è rimasto positivo quel sorriso della mamma mentre ci diceva: "Ripeti mamma" È associato a quel nome, vediamo sempre un gran sorriso nella nostra mente, anche da adulti.
Iniziare a giocare con il bambino che sta scoprendo il mondo dei suoni lo aiuta, con la sua piccola mano, a scoprire la pulsazione, quel battito nascosto dentro ogni musica che ascolterà da grande.
Potete, per esempio, inventare una storia: se sta usando un cucchiaino, potete prenderne una anche voi e iniziare a batterlo esattamente dove batte anche il bambino e cominciare a dire: «(esempio), c’è una gallina che con il suo becco batte forte sulla terra.
E quindi battere con il cucchiaino come fa il bambino: se lui batte forte, lo fate anche voi, senza dare però una pulsazione ritmica precisa.
È solo la scoperta del suono, del forte, del piano, della sorpresa, del farsi stupire. associarlo a sguardi complici, sorrisi e gran divertimento.
Non è musica, nel senso in cui la intendiamo noi. Ma è qualcosa di molto vicino all'origine dell'arte: la scoperta che l'uomo può organizzare il suono, e che nell'organizzazione c'è piacere.
La cucina, a questo punto, smette di essere solo il posto dove si mangia. Diventa un laboratorio sonoro, pieno di strumenti a costo zero.
Il mestolo di legno contro la pentola di rame fa un suono da tamburo sciamanico.
Il coperchio di vetro, se fatto ruotare sul tavolo, emette un bordone continuo.
Le posate nel cassetto, se agitate, diventano un'orchestra di percussioni.
Il tappo della bottiglia di plastica, sbattuto contro il bancone, fa *pop* e il bambino ride, perché quel suono è buffo, e il buffo è una forma di bellezza che ancora nessuno gli ha insegnato a riconoscere.
E quindi avete raggiunto due obiettivi: il primo, in assoluto, è che avete fatto musica con il vostro bambino; e poi, diciamoci la verità, in questa maniera anche risolto con quel rumore che vi infastidiva, perché il gioco ha avuto una sua risoluzione. E forse potrete di nuovo tornare alla pace quotidiana.
Avete fatto qualcosa di rivoluzionario: ascoltare e suonare insieme a lui senza essere insegnanti di musica.
Ma credetemi: avete lasciato un segno profondo nell’impregnazione musicale di vostro figlio.
Se posso suggerire non dite «bravo, stai suonando».
Ma "Hai sentito? Quando tocchi il bicchiere, il suono è lungo come quello di una campana: dong"
Oppure "Quale ti piace di più, il rumore del piatto o quello del tavolo?"
Il bambino non ha bisogno di un insegnante in quel momento.
Ha bisogno di un testimone. Qualcuno che confermi che ciò che sta scoprendo è reale, è degno di attenzione, è bello.
Ecco perché alla domanda che spesso mi fanno "Come posso giocare a casa con mio figlio, come fai tu a scuola?" semplicemente rispondo: fai la mamma, fai il papà.
Quando ero piccola, avevo un libro che si intitolava *Giocando si impara*, quel titolo non sono mai riuscita a togliermelo dalla testa.
Quel libro ha influenzato molto il mio modo di pensare, tanto che poi mi sono indirizzata verso la pedagogia musicale dove il concetto: "giocando si impara si è incarnato alla perfezione".
Da quando ho avuto quel libro tra le mani a otto anni, non ho più smesso di giocare per imparare.
E forse è questo a rendere, (come spesso mi dite), "speciali le mie lezioni" e che i bambini quando tornano a casa non fanno altro che parlare dell'esperienza che hanno vissuto.
Non ho poteri magici, ho semplicemente il "potere dell’osservazione", (e una buona formazione pedagogica) e di capire che in quel momento il bambino mi sta mostrando con le sue azioni, è già una lezione di musica che sta per iniziare e, non sono stata io a creare il programma, ma l’ha fatto il bambino stesso.
E così, che poco a poco, il gioco si fa più complesso e diventa "Lezione di Musica"
Allora, è rumore o musica? Forse la risposta non è né sì, né no. Forse la risposta è: dipende da chi ascolta e da come.
Per il vicino di sotto, che sente il tintinnio attraverso il soffitto, è solo rumore.
Per te, che hai il mal di testa e il conto in banca da controllare, è un fastidio.
Ma per quel bambino, in quel preciso istante, è una porta che si apre.
È la consapevolezza che le cose hanno una voce, e che ha il potere di evocarla.
E se poi lo aiutate ad aprire quella porta, avrete ottenuto più obiettivi.
Il mal di testa vi passerà, il gioco finirà prima del previsto, l’orecchio di vostro figlio sarà impregnato di forme agogiche, timbro, altezza.
Avete giocato con il bambino, creato un momento speciale che sicuramente influenzerà anche il suo futuro, e se un domani dovesse diventare un musicista, quel momento dell’infanzia diventerà indimenticabile.
E forse quella pastina volata ovunque, quei rumori che hanno perforato all’improvviso il nostro timpano e quel piccolo caos che vediamo guardandoci attorno…
Beh, forse, come dice Nietzsche, non è caos: è nata una stella danzante.
Ed è l'unico modo in cui posso concepire un bambino che fa musica, non ripetendo sempre le stesse a memoria, solo per fare un saggio musicale di fine anno, ma come
Una stella che esplode nell’universo di suoni e rumori.