
Il saggio musicale, si lascia fiorire
I bambini sono come dei fiori che sbocciano. Il fiore raccoglie tutti i nutrimenti e solo dopo si apre per manifestare la bellezza che era racchiusa dentro il bocciolo.
C’è un momento dell’anno, di solito verso aprile, in cui nelle scuole arriva la parola “saggio”. E spesso, dietro le quinte, scatta una corsa contro il tempo.
Si sceglie una canzoncina, si inventano due passi di coreografia, si assegnano le parti. Si chiede ai bambini di ripetere, mimare, memorizzare. E alla fine, sul palco, tutto sembra perfetto. I bambini sono teneri, i genitori sorridono, i video sui cellulari scorrono a raffica.
Si chiede ai bambini di imparare cosa fare, quando entrare, quando sorridere e quando tacere. Spesso si chiama un “esperto”. E tante volte mi sono ritrovata a ricoprire proprio questo ruolo.
L’esperto, infine, fa ripetere, ripetere e ripetere, per un certo numero di ore stabilite nel cosiddetto progetto di musica: solitamente sette incontri di 40 minuti più il saggio. Se sei fortunata, anche dieci ore, compreso il saggio, della durata di un’ora per lezione. Si ripete fino a portare in scena un meccanismo perfetto, o quasi.
Quindi il bambino viene “ammaestrato”… ah, scusatemi, volevo dire “istruito”.
Affinché un genitore possa fare una bella foto, conservare un ricordo, guardare amici e parenti al suo fianco e dire: “Quello è mio figlio”. Un vero talent show.
Ma fermiamoci un istante. Che cosa resta come esperienza o nutrimento dentro quel bambino, dentro quel fiore?
Se trova un esperto divertente, se non altro si ricorderà delle lezioni in cui ha riso molto e si è divertito.
Se invece incontra una persona che ha una buona competenza musicale, ma non una specifica formazione nell’educazione musicale e nel suo approccio pedagogico, e che trasmette ansia per il saggio, allora forse non si è nemmeno divertito.
C’è una differenza abissale, che mi sta profondamente a cuore, tra, concedetemelo, “ammaestrare”, istruire ed educare.
Sul termine ammaestrare abbiamo ben poco da spiegare. “Stai fermo, fai questo, ripeti, siediti, alzati.” E questi sono solo alcuni dei comandi.
Istruire, in questo contesto, significa dire al bambino: “Questi sono i nomi delle note, come se bastasse conoscere il nome della nota per farne un'esperienza musicale, ricorda questa sequenza”. È un addestramento.
La verità, nuda e cruda, è che in questi casi il bambino sta soprattutto eseguendo. Sta recitando una parte. Non necessariamente sta costruendo dentro di sé un’esperienza musicale significativa. Sta premendo dei “pulsanti” corretti al momento giusto, ma non è detto che dentro di sé stia maturando un vero arricchimento musicale e culturale.
È una festa. E le feste sono bellissime, per carità. Ma chiamiamole feste. Non confondiamo un momento di intrattenimento con l’educazione musicale.
Educare è un’altra cosa. È molto più bello, è dare un tempo diverso.
Educare significa preparare il terreno, creare un ecosistema in cui la musica possa attecchire e diventare parte del bambino. A volte mi chiedo: a che cosa serve il saggio musicale? Qual è la sua finalità?
Il saggio non è un fine. Non è lo spettacolo in sé.
Il saggio è il riepilogo di un viaggio. È il momento in cui si porta a compimento un percorso per dare dimostrazione non di ciò che il bambino ha memorizzato per l’occasione, ma di ciò che ha interiorizzato.
Non parlo di tutte le scuole e di tutti gli insegnanti. Parlo di una modalità che ho incontrato più volte e che, dal mio punto di vista, non coincide con ciò che considero educazione musicale.
Ci sono bambini che non hanno coordinazione motoria, per esempio, e altri che non percepiscono la differenza tra un suono e un altro. Quindi uno stesso esercizio non va eseguito necessariamente nella stessa maniera per tutti. Anche nella stessa classe si può far fare lo stesso esercizio in modi diversi, in maniera da coprire le esigenze di ogni bambino. Senza dirgli “non sei capace”, perché il nostro compito non è quello di far fare a tutti i costi qualcosa a un bambino, ma di sviluppare le sue qualità in maniera graduale e naturale.
Mi è capitato più volte, per esempio, di vedere un bambino che prende un tamburello e lo suona utilizzando il battente, ma non esce alcun suono dal tamburello perché tiene bloccato il battente con le mani. La pelle del tamburo non vibra e quindi produce un suono secco e muto. Se avessimo lavorato sulla lateralizzazione, sulla plasticità degli arti, sulla coordinazione, sicuramente quel bambino avrebbe preso il tamburello in maniera molto più spontanea e naturale. Il più delle volte, invece, gli si dà in mano un tamburello come se fosse uno strumento di poca importanza e il bambino lo suona in maniera rigida. E gli diciamo: “Ma non senti che non suona?”. Poi: “Non è così che si tiene il battente, si tiene così”, e gli si mostra come fare.
Spesso si esige che faccia subito degli esercizi, magari anche con due braccia, il che è già complicato, visto che si tratta di lateralizzazione e di movimento plastico, cosa che andrebbe comunque presentata prima di dare uno strumento. Se non si è avuto il tempo di creare un percorso di formazione, quantomeno bisognerebbe mostrare come si tengono i battenti. Quindi si crea un certo senso di frustrazione perché richiediamo qualcosa che per noi è già scontato, senza averlo prima mostrato e preparato.
Significa aver interiorizzato la pulsazione, averla sentita battere nel petto come un secondo cuore, averla camminata, dondolata, respirata. Significa aver sviluppato un orecchio che sa ascoltare gli altri per suonare con loro, e non sopra di loro o completamente separato dagli altri. Queste non sono nozioni che si possono iniettare a maggio. Sono radici che crescono lentamente, nel buio della terra, per mesi.
La musica non è una materia da studiare. La musica è un linguaggio. Non è un citofono che basta schiacciare i tasti per farlo suonare ne tantomeno copiare da Youtube senza sapere perché e quali sono le finalità di quella bella canzone o coreografia quali gli obiettivi da consolidare.
Durante l’anno, il mio lavoro è creare uno spazio di ascolto e di vita, lasciandoci attraversare delle sue emozioni, cercando di sentire la melodia dentro di noi. È il canto interiore, quel muscolo invisibile che ci permette di portare la musica ovunque andiamo. Non lo facciamo per arrivare a un brano. Lo facciamo per costruire un patrimonio.
Fare musica non è soltanto portare un balletto, una canzoncina e una bella coreografia.
Il bambino non è un esecutore che ripete per compiacere il pubblico. Il bambino sale sul palco e mette a disposizione la sua cassetta degli attrezzi emotiva e musicale. Suona quel tamburello perché il suo corpo sa cos’è il ritmo. Canta quella frase perché il suo orecchio sa riconoscere quei suoni. Si muove nello spazio perché ha imparato a percepirne la metrica.
In quel momento, non sta eseguendo. Sta parlando. Sta usando la musica per esprimere ciò che ha dentro, con la naturalezza di chi racconta una storia che conosce bene, perché è la sua storia.
Il saggio smette di essere una prova da superare o un esame di bravura e diventa ciò che dovrebbe sempre essere: musica in festa. Un momento di condivisione autentica.
Per me, questa è la vera essenza dell’educare musicalmente. Non riempire le teste dei bambini di istruzioni da ricordare a comando, ma accendere in loro una scintilla. Accompagnarli in un viaggio in cui, giorno dopo giorno, ascolto dopo ascolto, la musica smette di essere qualcosa di esterno e diventa un modo di stare al mondo.
E quando questo accade, il saggio non ha bisogno di essere preparato all’ultimo momento. Il saggio musicale fiorisce da sé.
a cura di Rita Grandinetti